Dice Wikipedia che la parola saudade, il noto sentimento malinconico portoghese, è di per se intraducibile, ma che può essere comunque capita come struggimento o come tristezza di un ricordo felice. Del sagrìn – sabaudade o mal di Torino – si parla, si scrive, si disegna. Lo fa Ilaria Urbinati nel suo “Carnet torinese”, e anche Fabrizio Vespa in “Mal di Torino”. E così le città possono essere non soltanto il luogo nel quale si svolgono le storie, ma possono anche incarnare il desiderio del ritorno. E la voglia di tornare all’ombra della Mole è molto presente in questo racconto.

“Ti desti con la luce dell’alba, te ne basta pochissima, e precedendo la sveglia ti alzi dal letto per
chiuderti a passi brevi nel bagno, dove con gesti sicuri conquisti un vantaggio sufficiente per
eludere tuo marito. Neanche a lui dispiace. Ti vesti mentre fa la doccia ed esci di casa quando lui si
veste, la sincronia del mattino è al momento il miglior risultato della vostra familiarità.

Niente colazione perché, dici, la mattina hai lo stomaco chiuso e a volte persino a pranzo. La
sera invece cucini per la tua famiglia, che comprende tuo marito e sua madre, per la quale prepari
un pasto particolare. Si è certamente svegliata prima di te e aspetta l’arrivo della colazione e poi di
una governante esperta della sua malattia. Nella nuova casa la sua stanza sarà accanto alla vostra.
Oltrepassi la sua porta controllando l’andatura per evitare che sentendoti ti chiami. La sua camera è
già satura, e oggi penserà tuo marito ad aprire la finestra per evacuare l’odore acido ormai penetrato
nel corridoio.

La frase che gridi dal soggiorno uscendo di casa, ci vediamo stasera chiamo io il geometra, è un
commiato appropriato per entrambi. Hai visto le chiavi della sua auto finite chissà come sul tappeto
accanto al divano, ma non lo avverti. L’aria pungente del mattino ti scuote come sempre. Il fatto è
che ti sembra di essere vicina, molto vicina, ad una di quelle rare e sgradite rivelazioni dalle quali il
tuo stato di coscienza si sforza di tenerti alla larga. L’indizio di questa prossimità è che ogni
trascurabile dettaglio quotidiano sembra carico di significati e pare indicare una fatalità incombente.”

Incipit di Ecco cosa succederà (Gianfranco Tondini) – Foto: DieciCento