Il Quadrilatero Romano costituiva il castrum della città romana Augusta Taurinorum. Le case medievali, con ancora le facciate in mattoni e le finestre ogivali, formano piazze affascinanti da cui si diramano le vie strette e lastricate che un tempo portavano i nomi dei mestieri artigianali: cappellai, panierai, pellicciai, calzolai. Oggi il quartiere è il centro della movida cittadina ed è qui che, proprio mentre le persone bevono e si divertono nei locali, il personaggio del racconto Quadrilatero lavora, invisibile a tutti, come quegli antichi artigiani ai quali erano state intitolate le vie.  

“Quando esco da lavoro sono sporco e stanco e a volte piango.
Sto bene attento a non farmi vedere, a non far vedere uscire lacrime o a fare scossoni col corpo, non mi scuote nessun vento dentro, non tremo e non divento rosso, piango soltanto come se un flusso m’attraversasse e sembra quasi che rido, la smorfia che faccio (la vedo riflessa un momento sulle vetrine dei ristoranti) è come una risata sottile.
Passo davanti a tutta quella gente che è sempre presente, al Quadrilatero, quando io finisco di lavorare.
Lavoro più di dieci ore al giorno e guadagno una miseria. Ma non posso fare altrimenti.
Lavoro al Quadrilatero. Dove stanno tutti i locali, i ristoranti, i pub, i negozi di vestiti costosi. Dove c’è sempre tutta quella gente. Ben vestita, che profuma, che ride, abbronzata, felice, spietata. Io stacco e loro iniziano a divertirsi”.

Incipit del racconto Quadrilatero (Vito Ferro) – Fotografia: Gabriella Montanari