L’idea è stata del musicista britannico Luke Jerram. Grazie a lui, più di 1.300 pianoforti sono stati piazzati in luoghi pubblici di circa 50 città nel mondo. Torino, come New York o Londra, Boston o Parigi, da qualche anno accoglie i suoi visitatori al suono di uno di questi pianoforti. Quello di Porta Nuova è un Baer, costruito dalla nota ditta torinese, nata nel 1819 grazie all’imprenditoria di Giovanni Berra, suo fondatore. Noleggiato per un anno, è ancora lì dal 12 febbraio 2015. È diventato uno dei protagonisti della città e lo è anche di questo racconto.

“Non era morto neanche quella mattina.

Arnaldo aveva percorso la banchina del binario 12, fino a dove gli autobloccanti sbiaditi finivano. Aveva cercato di concentrarsi chiudendo gli occhi. Sarebbe bastato un solo movimento, preciso e leggero, nel momento esatto in cui il rumore del treno in arrivo si faceva fragore e l’aria si tendeva come un filo d’acciaio. Aveva imparato a riconoscere il momento perfetto. Anche quella mattina si era imposto di saltare. Aveva  dato il comando al cervello. Anzi, l’aveva gridato. Ma niente.

Si ritrovò immobile, appena oltre la linea gialla, ancora una volta inutilmente vivo. Il treno rallentò in uno stridore di freni, poi si fermò. La folla si riversò dagli sportelli aperti verso il centro della stazione. Arnaldo si mescolò alla corrente. Qualcuno lasciò cadere un quotidiano vicino a un cestino. Lunedì 23 febbraio 2015. Incredibile come il mondo si ostinasse a ricominciare.

Passò di fianco alla libreria. La vetrina ritrasse la sua sagoma insignificante. Il corpo sgraziato. I vestiti informi. Il tipo di volto che non ti ricordi di aver visto. Persino lui, ogni volta che si specchiava, faticava a riconoscersi. Capelli unti e radi pettinati indietro sulla fronte e un po’ lunghi sul collo. Grigi. Come i vestiti, gli occhi e la pelle spenta.”

Incipit del racconto “Il pianista di Porta Nuova” (Raffaella La Villa) – Foto: DieciCento