Dall’alto di una collina di quasi settecento metri, la Basilica di Superga domina la città, custodendo con suo sguardo le tombe dei giocatori del Grande Torino nel cimitero generale. A Collegno, la Certosa Reale ospitava l’ospedale psichiatrico. In questo racconto, la Basilica e la Certosa si legano grazie a una jam-session. Da Torino sono passati molti dei più grandi jazzisti della storia, cominciando da Louis Armstrong, che con la sua musica “demogiudoplutomassonica” – come la definì il regime – conquistò la città nel 1935. Il nostro narratore non c’era ancora, ma di locali e concerti di jazz ne sa un bel po’.  

” Carluccio!

Ma cosa mi combini? E poi ancora col Cantor, lo sai che non si muore col Cantor, neanche se prendi cinquanta pastiglie…Insomma tu. Quest’anno non lo volevi proprio veder finire…

Sono stato a Torino, dal dottor Marchisio, per un controllo. E mi hanno riferito del tuo gesto. Si sono ricordati che eravamo compagni di stanza, o meglio, non si erano dimenticati le nostre divine jam-sessions: “All that jazz!” mi ha ricordato, ridendo, Marchisio, che è un erudito. “Tutto quel casino!” ha tradotto con involontaria precisione Ossola, come lo chiamavi tu: l’infermiere con la zucca asfaltata di pece per abuso di Brylcreem. O era Loik, che lo chiamavi? Insomma quell’infermiere che, a tuo dire,  era la  mezzala destra del grande Torino, caduto a Superga.

Il grande Torino, o meglio, la tragedia del Grande Torino, i soprannomi appioppati persino agli oggetti, il tuo modo di stare al mondo, il tuo modo di parlare, le tue insalate di parole, la tua smania di improvvisare, inventare, fermarti e ripartire con  lunghe cantilene, scat, rap, parole inesistenti per un mondo troppo monotono. Eri un vero jazzista, Carluccio, eri un enorme  strumento jazz. Un contrabbasso.”

Incipit di Superga (Gianni Marchetti) – Foto: DieciCento