L’elefante più famoso di Torino è stato Fritz, arrivato in città nel 1827 come dono del viceré di Egitto. Fritz abitò alla palazzina di caccia di Stupinigi per 25 anni; ballava a suon di musica e mangiava circa 50 pagnotte, 24 cavoli lombardi, riso cotto e due pinte di vino al giorno. Appena sbarcò a Torino divenne rapidamente famoso in tutta la città, ma – caduto in depressione dopo la morte del suo custode – finì per impazzire. A differenza di Fritz, l’elefante del nostro racconto ha voluto godersi un attimo di libertà, fuggendo dal circo e scombussolando la quotidianità della protagonista.

“Da quando aveva saputo che a Torino un elefante era scappato dal circo, lei urtava sedie e credenze e si lasciava cadere di mano gli oggetti. Prima, invece, non sbagliava mai.

A mezzodì, le volte che faceva rientro, lui agiva senza parlare. Sedeva subito al tavolo di cucina, in attesa. Sulla tovaglia stirata di fresco stavano il fiasco del vino, la brocca d’acqua e i ferri opachi, quasi tutti dai denti storti o senza più lama. Dava subito a lui grandi cucchiai. Poi aggiungeva gli avanzi nel proprio piatto. Veniva un rumore, ma non di parole. Tintinnii di posate. Lei non era buona a domandare e lui a parlare di sé. Pulito il piatto con le molliche di pane, lui si alzava e prendeva la porta. Lei accumulava stoviglie, lavava, ordinava. E ripeteva i gesti, a uno a uno, cercando di tenervi legati i pensieri.”

Incipit di L’elefante (Giovanna Piazza) – Foto: DieciCento